sabato 24 dicembre 2011

MAURITANIA - Proteste popolari del 2011-2012.1. Previsto il 12/10/2005, messaggio n. 2.588. "Dalla Mauritania verrà una triste notizia. Devastazione e dolore giungeranno per i miei poveri figli." Profezia compiuta della Madonna di Anguera.

  • POST DEL 24/12/2011  (PROFEZIA IN FASE DI SVOLGIMENTO PER PROTESTE IN CORSO) - AGGIORNATO AL 16/09/2018 (PROFEZIA COMPIUTA).

MAURITANIA –GENNAIO 2011 – PROTESTE POPOLARI IN CORSO
TERMINATE NEL 2012
Previsto il: 12/10/2005 messaggio 2.588
Morti: 2
Feriti: N.D.
Scomparsi:N.D.
Colpiti: intera nazione 3.069.000 stima 2009

Obiettivo: eliminazioni discriminazioni tribali
Motivazione: carovita. Precarie condizioni economiche della popolazione


Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Proteste_in_Mauritania_del_2011





“Dalla Mauritania verrà una triste notizia. Devastazione e dolore giungeranno per i miei poveri figli.”

 Un link utile per localizzare con Google Maps le Profezie di Anguera con alcuni eventi futuri in Italia e nel resto del mondo.
Link: 
https://www.google.com/maps/d/viewer?msa=0&mid=1pbswlltPk_CF9BaaS8fXY5QmxAc&ll=40.605609924008114%2C14.155884039062471&z=8


Cari figli, Io sono vostra Madre e vengo dal cielo per chiamarvi alla conversione e per dirvi che questa è l’ora del Signore. L’umanità ha sfidato il Creatore e ora conoscerà una croce pesante. Ho chiamato, ma non ho avuto risposta. Ho seminato il bene tra gli uomini, ma questi hanno preferito il peccato. Soffro per ciò che vi attende. Il Brasile conoscerà la croce dell’autodistruzione. Ecco che giungerà per voi ciò che gli occhi umani non hanno mai visto. Preparatevi spiritualmente. Sappiate che il Signore chiederà conto a ciascuno di voi. Non allontanatevi dal cammino che vi ho indicato. L’umanità si è impoverita spiritualmente perché si è allontanata dall’unico e vero Signore. Tornate in fretta. Dalla Mauritania verrà una triste notizia. Devastazione e dolore giungeranno per i miei poveri figli. Pregate. Pregate. Pregate. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.

Fonte traduzione messaggi: http://www.messaggidianguera.net/


Proteste in Mauritania del 2011-2012
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
·        Questa pagina è stata modificata per l'ultima volta il 25 giu 2018 alle 12:16.
Le proteste in Mauritania del 2011-2012 si inseriscono nel contesto delle coeve proteste nel mondo arabo.
A gennaio un uomo di 43 anni, Yacoub Ould Dahoud, si immola nella capitale del paese Nouakchott davanti al Senato, per protestare contro il regime del generale Mohamed Ould Abdel Aziz e, in particolare contro la discriminazione nei confronti della sua tribù. [1][2] Abdel Aziz, quarto presidente della Repubblica Islamica della Mauritania, comanda il paese da quando si pose a capo di un colpo di Stato che lo portò al potere nell'agosto del 2008.
Qualche giorno dopo, il 24 gennaio, un uomo di origini senegalesi, che lavorava presso la locale ambasciata senegalese, si è suicidato a Nouakchott all'interno di uno stadio di calcio.[3] Entrambi i casi sarebbero forme di protesta contro il governo per i problemi del carovita e delle precarie condizioni economiche in cui versano gli abitanti del paese.

Note

1.  ^ (FRMauritanie: mécontent du régime, un homme s'immole par le feu à Nouakchott, in leParisien, 17 gennaio 2011. URL consultato il 20-02-2011.
2.  ^ Mauritania, imprenditore si dà fuoco [collegamento interrotto], in NTNN, 17 gennaio 2011. URL consultato il 20-02-2011.
3.  ^ Mauritania: giovane si impicca in campo di calcio, in Aki, 24 gennaio 2011. URL consultato il 20-02-2011.

Voci correlate

·        Primavera araba


Primavera araba

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
·        Questa pagina è stata modificata per l'ultima volta il 26 mag 2018 alle 12:07.

Primavera araba
Arab Spring map.svg
     Allontanamento o morte del capo di stato
     Conflitti armati e cambiamento nel governo
     Cambiamento del primo ministro
     Proteste maggiori
     Proteste minori
     Proteste collegate
     Guerra civile
     Assenza di proteste
Data
17 dicembre 2010 - dicembre 2012
Luogo
Causa
Corruzionepovertàfame, assenza di libertà individuali, violazione di diritti umanidisoccupazione, aumento del prezzo dei generi alimentari, malcontento popolare, desiderio di rinnovamento del regime politico
Schieramenti
Forze governative di:
Egitto Egitto
Siria Siria
Flag of Libya (1977–2011).svg Libia
Tunisia Tunisia
Yemen Yemen
Marocco Marocco
Iraq Iraq
Oman Oman
Arabia Saudita Arabia Saudita
Algeria Algeria
Giordania Giordania
Libano Libano
Sudan Sudan
Gibuti Gibuti
Bahrein Bahrein
Kuwait Kuwait
Libia Ribelli libici
Flag of Syria 2011, observed.svg Ribelli siriani
Ribelli degli altri Paesi nominati
Effettivi
2 000 000 soldati
35 000 mercenari
3 000 carri armati
5 000 cannoni
1.000 aerei
20 000 000 dimostranti
1 200 carri armati
2 400 cannoni
1 300 aerei
500 aerei NATO (solo in Libia)
Perdite
140 000 morti in totale
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/da/Arab_world.PNG
Mappa del mondo arabo.
Con Primavera araba (in arabo الربيع العربي al-Rabīʿ al-ʿArabī) si intende un termine di origine giornalistica utilizzato per lo più dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011.[1]
I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono la Siria, la Libia, l'Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l'Algeria, l'Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait.[2][3][4] Le vicende sono tuttora in corso nelle regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa.[5][6]

Storia

La rivolta cominciò il 17 dicembre 2010, in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco in seguito a maltrattamenti subiti da parte della polizia, il cui gesto innescò l'intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini.[7][8] Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa. In molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali prese avvio la rivolta, sono stati chiamati giorni della rabbia o con nomi simili.[9][10]
Nel 2011, quattro capi di Stato furono costretti alle dimissioni, alla fuga e in alcuni casi portati alla morte: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali (14 gennaio 2011), in Egitto Hosni Mubarak (11 febbraio 2011), in Libia Mu'ammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, fu catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011[11][12] e in Yemen Ali Abdullah Saleh (27 febbraio 2012).[13]
I sommovimenti in Tunisia portarono il presidente Ben Ali, dopo venticinque anni, alla fuga in Arabia Saudita. In Egitto, le imponenti proteste iniziate il 25 gennaio 2011, dopo diciotto giorni di continue dimostrazioni, accompagnate da vari episodi di violenza, costrinsero alle dimissioni (complici anche le pressioni esercitate da Washington) il presidente Mubarak dopo trent'anni di potere.[14] Nello stesso periodo, il re di Giordania ʿAbd Allāh attuò un rimpasto ministeriale e nominò un nuovo primo ministro, con l'incarico di preparare un piano di "vere riforme politiche".[15]
Sia l'instabilità portata dalle proteste nella regione mediorientale e nordafricana, sia le loro profonde implicazioni geopolitiche, attirarono grande attenzione e preoccupazione in tutto il mondo.[16]

I fattori scatenanti

Le proteste hanno colpito non solo paesi arabi, ma anche alcuni Stati non arabi, come nel caso della Repubblica Islamica dell'Iran, che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali del 2009-2010; i due casi hanno in comune l'uso di tecniche di resistenza civile, come scioperi, manifestazioni, marce e cortei e talvolta anche atti estremi come suicidi, divenuti noti tra i media come auto-immolazioni, e l'autolesionismo. Anche l'utilizzo di social network come Facebook e Twitter per organizzare, comunicare e divulgare determinati eventi è stato molto diffuso, a dispetto dei tentativi di repressione statale. La Primavera araba ha avuto lo scopo di portare o riportare le tradizioni del mondo arabo al potere.[17][18][19] I social network tuttavia non sarebbero stati il vero motore della rivolta, secondo alcuni osservatori, per i quali "il network della moschea, o del bazar, conta assai più di Facebook, Google o delle email".[20][21] Alcuni di questi moti, in particolare in Tunisia ed Egitto, hanno portato a un cambiamento di governo, e sono stati identificati come rivoluzioni.[22][23]
I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l'assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e la mancanza di interesse per le condizioni di vita, molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema.[24] Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani che con trucchi, intimidazioni e corruzioni, sono riusciti anche a prendere il potere in alcuni stati, riportando in vigore assurde leggi ancora più opprimenti e antiquate. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari e la fame sono da considerarsi tra le principali ragioni del malcontento; questi fattori hanno colpito larghe fasce della popolazione nei Paesi più poveri nei quali si sono svolte le proteste, portando quasi a una crisi paragonabile a quella osservata nella crisi alimentare mondiale nel 2007-2008.[25][26][27] Tra le cause dell'aumento dei costi, secondo Abdolreza Abbassian, capo economista alla FAO, vi fu la "siccità in Russia e Kazakistan, accompagnata dalle inondazioni in EuropaCanada e Australia, associate a incertezza sulla produzione in Argentina", a causa della quale i governi dei Paesi del Maghreb, costretti ad importare i generi commestibili, decisero per l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di largo consumo.[28] Altri analisti hanno messo in risalto il ruolo della speculazione finanziaria nel determinare la crescita del prezzo dei generi alimentari in tutto il mondo.[29] Prezzi più alti si registrarono anche in Asia e in particolare in India, dove vi furono rialzi nell'ordine del 18%, e in Cina, con aumento dell'11,7% in un anno.[28]

Stati coinvolti

Tunisia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011.

Zine El-Abidine Ben Ali, ex presidente della Tunisia
Le proteste nel Paese iniziarono dopo il gesto disperato di un fruttivendolo, Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della propria merce.[30] Il 27 dicembre il movimento di protesta si diffuse anche a Tunisi, dove giovani laureati disoccupati manifestarono per le strade della città e vennero colpiti duramente dalla polizia.[30]
Nonostante un rimpasto di governo il 29 dicembre, le rivolte nel paese non si placarono.[30] Il 13 gennaio il presidente tunisino Ben Ali, in un intervento trasmesso dalla televisione nazionale, si impegnò a lasciare il potere nel 2014 e promise che avrebbe garantito la libertà di stampa. Il suo discorso però non calmò gli animi e le manifestazioni continuarono.[30] Meno di un'ora dopo, venne decretato lo stato d'emergenza e imposto il coprifuoco in tutto il Paese.[30] Poco dopo, il primo ministro Mohamed Ghannushi dichiarò di aver assunto la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate.[31] In serata venne dato l'annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, aveva lasciato il Paese.[32]
A fine febbraio alcune decine di migliaia di manifestanti si radunarono nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata di Ben Ali.[33]

Egitto

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Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione egiziana del 2011Tamarod e Golpe egiziano del 2013.

Il 25 gennaio, in seguito ai diversi casi di protesta estrema, in cui diverse persone si erano date fuoco, violenti scontri si svilupparono al centro del Cairo, con feriti ed arresti, durante le manifestazioni della giornata della collera, convocata da opposizione e società civile contro la carenza di lavoro e le misure repressive.[34] Il fulcro delle manifestazioni è Piazza Tahrir, che si trova al centro della metropoli e rappresenta un punto nevralgico della capitale egiziana, ospitando importanti edifici amministrativi, hotel di lusso, l'università americana AUC e il Museo delle antichità egizie.
Il 29 gennaio il presidente Hosni Mubarak licenziò il governo e nominò come suo vice l'ex capo dell'intelligence, ʿOmar Sulaymān. Tuttavia gli scontri e le manifestazioni continuarono nelle città egiziane.[35] Il 5 febbraio intanto si dimise l'esecutivo del Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre il rais alcuni giorni dopo delegò tutti i suoi poteri a Sulaymān.[36] L'11 febbraio il vice presidente annunciò le dimissioni di Mubarak mentre oltre un milione di persone continuavano a manifestare nel Paese.[37] L'Egitto fu lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venisse emendata la costituzione e che fosse predisposta la convocazione di nuove elezioni presidenziali.[38][39]

Libia

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Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra civile in Libia e Seconda guerra civile in Libia.

Il 16 febbraio 2011 si verificarono nella città di Bengasi scontri fra manifestanti, irritati per l'arresto di un attivista dei diritti umani, e la polizia, inviata da sostenitori del governo. In tutto il Paese nel frattempo si tennero manifestazioni a sostegno del leader Mu'ammar Gheddafi.[40]
Il 17 febbraio si registrarono numerosi morti in accesi conflitti a Bengasi, città simbolo della rivolta libica che intendeva cacciare Gheddafi, al potere da oltre quarant'anni. Testimoni vicini ai ribelli riferirono inoltre che sarebbero avvenute vere e proprie esecuzioni da parte delle forze di polizia.[41] Nella data del 17 febbraio, proclamata la giornata della collera, milizie giunte da Tripoli a Beida, nell'est della Libia, attaccarono i manifestanti, causando morti e numerosi feriti.[42]
Molti dei decessi registrati in Libia risultarono concentrati nella sola città di Bengasi, località tradizionalmente poco fedele al leader libico e più influenzata dalla cultura islamista.[43] Il 20 febbraio il numero delle vittime si avvicinava ai 300 morti.[44] Il sito informativo libico Libya al-Youm denunciò che i militari inviati dal regime libico per reprimere i manifestanti di Bengasi stanno usando in queste ore armi pesanti contro le persone riunite davanti al tribunale cittadino, come razzi Rpg e armi anticarro.[44]
Il 21 febbraio la rivolta si allargò anche alla capitale Tripoli, dove i contestatori diedero fuoco a edifici pubblici.[45] Nella stessa giornata a Tripoli si fece ricorso a raid dell'aviazione sui manifestanti per soffocare la protesta.[46] Il 21 febbraio cominciarono i tradimenti politici: la delegazione libica all'Onu prese nettamente le distanze dal leader Muʿammar Gheddafi. Il vice-ambasciatore libico, Ibrahim Dabbashi, a capo della squadra diplomatica libica, accusò il Colonnello di essere colpevole di genocidio e di aver praticato crimini contro l'umanità[47]. Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne catturato e ucciso vicino Sirte. Il suo cadavere fu poi sepolto nel deserto vicino a Misurata.

Siria

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile siriana.

Il 26 gennaio Ali Akleh ad Amman si diede fuoco, in segno di protesta contro il governo siriano. A fine gennaio su Facebook vennero invocate manifestazioni in tutto il Paese dopo la preghiera settimanale islamica contro la monocrazia, la corruzione e la tirannia, nella prima giornata della collera del popolo siriano e della ribellione civile in tutte le città siriane[48].
In un'intervista rilasciata al quotidiano statunitense Wall Street Journal, Bashar al-Assad, Presidente siriano, si disse convinto del fatto che fossero necessarie riforme e che si stesse costruendo una nuova era in Vicino Oriente.[49]
La mobilitazione indetta però per il 4 e 5 febbraio, in contemporanea con la giornata della partenza proclamata in Egitto, non ottenne il risultato sperato, e le adesioni risultarono scarse da parte della popolazione, complice anche il cattivo tempo. Il giorno prima si era rivelato un insuccesso il sit-in indetto davanti alla sede del Parlamento in segno di solidarietà con studenti, lavoratori e pensionati privi di reddito[50].
Il 10 febbraio Damasco aprì definitivamente ai social network, e dopo cinque anni fece cadere il divieto che ne prevedeva l'oscuramento[51]. La decisione di eliminare le limitazioni, secondo quanto riferì il quotidiano filo-governativo al-Waṭan (La patria), dimostrò la fiducia del governo nell'uso della Rete. Secondo l'opposizione, la libera accessibilità ai social network sarebbe stato un tentativo delle autorità siriane di contrastare attività sediziose contro il regime.[51]
Il 17 febbraio Tal al-Mallouhi, giovane blogger siriana, venne condannata a cinque anni di carcere dall'Alta Corte per la Sicurezza dello Stato, con l'accusa di aver lavorato per conto della CIA.[52]
Tuttavia nel 2014, con l'affermarsi dell'ISIS e la cosiddetta 'balcanizzazione del territorio siriano', Assad assunse un ruolo nella guerra contro il Califfato, dalla quale l'immagine ottenne una riabilitazione[53].

Iraq

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Lo stesso argomento in dettaglio: Proteste in Iraq del 2011.

Yemen

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Lo stesso argomento in dettaglio: Rivolta yemenita.

Episodi correlati

Conflitti e sommosse

·        Guerra civile siriana

Proteste in altri paesi arabi

·        Proteste a Gibuti del 2011
·        Proteste in Iraq del 2011
·        Proteste in Libano del 2011
·        Proteste in Oman del 2011
·        Proteste in Sudan del 2011
·        Rivolta yemenita

Proteste in paesi non arabi

·        Proteste in Iran del 2011

Voci correlate

·        Guerra civile siriana
·        Golpe egiziano del 2013
·        Paesi arabi
·        Tamarod

Altri progetti

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Collegamenti esterni

·        (EN) Amr Hamzawy e Marina Ottaway, Protest Movements and Political Change in the Arab World (PDF), Carnegie Endowment for International Peace: Policy Outlook, gennaio 2011.
·        (EN) Nada Bakri: Street Battle Over the Arab FutureNytimes.com, 2 febbraio 2011.
·        (ENSlavoj ŽižekWhy fear the Arab revolutionary spirit?guardian.co.uk, 1º febbraio 2011.
·        Primavera araba, in Thesaurus del Nuovo soggettarioBNCF. Modifica su Wikidata

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